Interventismo statunitense in Venezuela,
controllo politico e sete di petrolio

di Leonardo Arantes (Ust, Venezuela)
L'imperialismo statunitense ha bombardato il Venezuela, sequestrando anche il dittatore Nicolás Maduro, presidente del Paese. Questo gravissimo fatto costituisce un atto di guerra che minaccia e colpisce non solo il Venezuela, ma anche il resto dell'America Latina, e che non ha nulla a che vedere con la motivazione addotta dal presidente statunitense di estrema destra Donald Trump di «lotta al narcotraffico».
Quali sono le vere ragioni di questa offensiva interventista in Venezuela? Qual era il contesto precedente? Come si sono evoluti i fatti? Quali saranno le implicazioni e le conseguenze? Qual è la strategia complessiva dell'imperialismo statunitense per il Venezuela e il resto della regione? Quali prospettive si aprono? Qual è la dinamica del regime chavista a partire da questi fatti? In base a quale programma e quale politica dobbiamo agire noi rivoluzionari per contrastare la strategia dell'imperialismo statunitense? Sono questioni che cercheremo di affrontare in questo articolo.
Pressioni politiche e militari
Riteniamo opportuno descrivere e analizzare il contesto politico e gli avvenimenti che hanno preceduto gli eventi verificatisi nei primi giorni di gennaio 2026.
Dalla prima metà di agosto 2025, gli Stati Uniti, con la scusa di una presunta «lotta al narcotraffico», hanno avviato un dispiegamento sproporzionato di armamenti sulle coste dei Caraibi e dell'America Latina, con particolare attenzione alle coste venezuelane. In precedenza, il capo di Stato americano, Donald Trump, aveva emesso un ordine che autorizzava l'uso delle forze armate per la «lotta contro i cartelli della droga stranieri, con l'obiettivo di difendere la propria nazione»; allo stesso modo, il governo statunitense ha raddoppiato a 50 milioni di dollari la ricompensa per informazioni che portassero all'arresto di Nicolás Maduro, accusato di guidare una presunta organizzazione criminale denominata «El Cártel de los Soles», dedita al narcotraffico e al terrorismo. Contemporaneamente sono stati sequestrati denaro, gioielli, beni e proprietà attribuiti a Maduro come prodotto della sua attività criminale.
Nelle settimane precedenti, l'amministrazione Trump aveva avviato un processo di negoziazione con il governo di Maduro, che includeva lo scambio di prigionieri statunitensi con migranti venezuelani detenuti dal governo di Bukele nelle carceri di El Salvador, il rilascio di alcuni prigionieri politici in territorio venezuelano e la concessione di una nuova licenza che autorizzava Chevron a operare nel Paese, estrarre e commercializzare il petrolio venezuelano.
Da allora, gli Stati Uniti hanno avviato un insolito dispiegamento militare, che inizialmente comprendeva tre navi da guerra (cacciatorpediniere dotate del sistema di difesa aerea Aegis, armate con missili guidati Tomahawk per attaccare obiettivi terrestri, di ultima tecnologia della Marina degli Stati Uniti), un sottomarino nucleare con capacità missilistica e operazioni di intelligence, oltre ad aerei da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon e un personale militare che avrebbe superato i 4000 marines. Tale manovra è stata intensificata nel corso dei mesi, con l'aggiunta di sempre più navi da guerra, aerei F-35 e bombardieri strategici B-52, insieme all'invio nei Caraibi della portaerei più grande delle forze armate statunitensi, la USS Gerald Ford, oltre all'aumento a circa 10.000 del numero di militari, comprese le truppe d'assalto. In sintesi, un vero e proprio dispiegamento di forze e risorse belliche che, fin dall'inizio, è apparso più caratteristico delle guerre o delle invasioni militari che delle azioni di lotta al narcotraffico.
L'imperialismo statunitense per mesi (da settembre 2025) ha portato avanti un'offensiva militare, espressa in azioni di guerra: più di 25 attacchi a piccole imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico, che hanno causato più di un centinaio di morti, in particolare pescatori di varie nazionalità (venezuelani, colombiani, di Trinidad, tra gli altri); il sequestro di petroliere provenienti dal Venezuela, con il furto delle tonnellate di petrolio che trasportavano; un attacco informatico contro la Pdvsa [la compagnia statale venezuelana, ndt], che ha compromesso le operazioni dell'azienda e messo in pericolo i lavoratori e le lavoratrici del settore petrolifero; infine un presunto attacco con droni a «una grande struttura sulla costa venezuelana» (presumibilmente nei moli di Maracaibo, nello stato di Zulia), quest'ultimo non confermato, ma che lo stesso Donald Trump assicura di aver compiuto. «Non so se l'hai letto o visto, ma hanno un grande impianto, grandi strutture da cui partono le navi, e due notti fa li abbiamo distrutti» (Bbc News Mundo 29/12/2025), ha affermato Trump in una telefonata alla stazione radio Wabc per parlare con il miliardario John Catsimatidis.
A tutto questo si sono aggiunti la minaccia di un blocco navale totale alle petroliere in entrata o in uscita dal Paese - con il chiaro scopo di soffocare l'economia venezuelana, interrompendo il commercio della sua principale risorsa e, con esso, l'afflusso di dollari - e un blocco aereo contro il Paese che è stato parzialmente rispettato da diverse compagnie aeree a livello internazionale.
Dopo i bombardamenti contro il territorio venezuelano del 3 gennaio 2026, tutta questa forza militare continua a stazionare sulle coste dei Caraibi, nelle vicinanze del Venezuela, come meccanismo di minaccia e coercizione.
Un'aggressione militare criminale contro un Paese oppresso
Come è noto, alle 1:50 circa di sabato 3 gennaio 2026, il governo di estrema destra di Donald Trump ha dato il via ad un bombardamento con elicotteri e droni: le forze militari statunitensi hanno bombardato diversi punti della città di Caracas, vale a dire Fuerte Tiuna, la base aerea di La Carlota, il Cuartel de la Montaña (dove si trovano le spoglie di Chávez), il Comando Generale della Milizia e l'Accademia della Marina (Scuola Navale nella Meseta de Mamo, stato di La Guaira). Oltre a questi, sono stati attaccati anche aeroporti civili come quello di Higuerote (stato di Miranda), il porto di La Guaira (il principale del Paese) e sono stati segnalati attacchi a strutture militari nel vicino stato di Aragua. Tutti questi obiettivi si trovano nella città di Caracas (capitale del Paese) o in stati vicini alla capitale, in zone ad alta densità di popolazione, alcuni circondati da edifici e aree residenziali.
Così, mentre gli aerei sorvolavano e bombardavano incessantemente la città di Caracas e altri punti del territorio venezuelano, mentre si registravano esplosioni nelle vicinanze di obiettivi militari, porti, aeroporti e zone urbane, le forze speciali hanno portato a termine l'operazione di sequestro del dittatore Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores; fatto che poche ore dopo è stato annunciato da Donald Trump sul suo social network Truth Social e poi confermato in una conferenza stampa a Mar-a-Lago. Lo stesso è stato confermato anche dai portavoce ufficiali del governo venezuelano, che hanno chiesto al governo statunitense prove della sopravvivenza del capo di Stato sequestrato e di sua moglie.
Tali fatti costituiscono un'aggressione bellica criminale contro la sovranità di un Paese oppresso, in quanto intromissione imperialista inaccettabile da parte del governo statunitense, con l’estrema destra Donald Trump al comando, e che, lungi dal rappresentare una lotta contro il narcotraffico o il terrorismo, si inserisce nella strategia dell'imperialismo statunitense di applicaziome della nota Dottrina Monroe, rafforzata dal cosiddetto «Corollario Trump», in un contesto fatto di contese e negoziazioni per territori, mercati e aree di influenza tra le potenze imperialiste.
Si tratta di un attacco senza precedenti contro il Venezuela perpetrato dagli Stati Uniti, la principale potenza imperialista del mondo. Esso costituisce una minaccia non solo per questo Paese, ma per l'intera America Latina, essendo il primo intervento militare diretto, cioè con l'uso delle proprie forze armate, dell'imperialismo statunitense negli ultimi 36 anni nel continente [1] e il primo in tutta la storia contro un Paese sudamericano. In questo modo, gli Stati Uniti reintroducono nel continente la pratica di interferire negli affari politici interni dei Paesi attraverso l'intervento militare diretto, riprendendo apertamente la diplomazia delle cannoniere, il ricatto e la militarizzazione.
L'obiettivo strategico è quello di approfondire brutalmente la condizione semicoloniale del Venezuela, subordinando il suo regime politico, la sua economia e le sue risorse strategiche ai dettami della Casa Bianca, mentre si cerca di disciplinare l'insieme dei popoli dell'America Latina. Questa operazione militare, con caratteristiche simili all'intervento del 1989-1990 a Panama, fa parte di una politica globale di Donald Trump che mira a invertire la crisi di dominio degli Stati Uniti, come principale potenza imperialista, in un contesto più generale di crisi economica globale del capitalismo, la più grande della storia.
Strategia di ricolonizzazione. Documento sulla strategia di sicurezza nazionale
È evidente che, nel mezzo della crisi economica globale del capitalismo e della disputa inter-imperialista con potenze emergenti come la Cina e la Russia, l'imperialismo statunitense intende recuperare il suo dominio egemonico in un continente che ha sempre considerato il suo cortile di casa, «rivitalizzando» la Dottrina Monroe ed estendendola all'intero emisfero occidentale.
Ciò è stato annunciato formalmente nella sua nuova Strategia di Sicurezza Nazionale 2025, un documento pubblicato dall'amministrazione Trump il 05/12/2025, in cui questo obiettivo viene presentato come priorità centrale della politica estera statunitense, affermando che l'emisfero occidentale è la principale area di interesse strategico di Washington.
Non si tratta solo di un piano governativo, né di un altro documento di prospettive politiche, ma dell'annuncio formale di un cambiamento radicale nell'intervento statunitense nella contesa inter-imperialista, un inasprimento dell'aggressività e del protezionismo dell'imperialismo nordamericano per recuperare il terreno perduto, basandosi su un controllo più ferreo e diretto dell'America Latina, un'area geografica che storicamente considerano come loro colonia, e sulla sua espansione al resto dell'emisfero occidentale (Europa, Groenlandia), come sottolinea il «corollario Trump» alla Dottrina Monroe.
«Dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza statunitense nell'emisfero occidentale e proteggere il nostro territorio nazionale e il nostro accesso a zone geografiche chiave in tutta la regione. Negheremo ai concorrenti non emisferici la capacità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare beni strategicamente vitali, nel nostro emisfero».
Questo «Corollario Trump» alla Dottrina Monroe rappresenta il ripristino del potere e delle priorità statunitensi, in linea con gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti. «I nostri obiettivi per l'emisfero occidentale possono essere riassunti in “Reclutare ed espandere”. Recluteremo alleati consolidati nell'emisfero per controllare la migrazione, fermare il flusso di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza sulla terraferma e in mare. Ci espanderemo coltivando e rafforzando nuovi partner, rafforzando al contempo l'attrattiva della nostra nazione come partner economico e di sicurezza preferito dell'emisfero» (La Estrella de Panamá, 26/12/2025) [2].
Dopo la pubblicazione del suddetto documento, il segretario alla guerra Pete Hegseth ha dichiarato: «Le attività del dipartimento in tutto l'emisfero occidentale non si limitano all'eliminazione dei narcoterroristi, ma includono anche la deterrenza e la difesa degli interessi della nostra nazione contro altre minacce nell'emisfero. [...] Ciò include la garanzia dell'accesso militare e commerciale degli Stati Uniti a zone strategiche come il Canale di Panama, i Caraibi, il Golfo d'America, l'Artico e la Groenlandia» (Rivista Opera, 19/12/2025) [3]. Una dichiarazione che ribadisce gli obiettivi strategici dell'imperialismo statunitense, con l'estrema destra di Trump alla guida.
Questo è quindi il quadro strategico, politico, geopolitico e militare in cui l'imperialismo statunitense sviluppa l'attacco al Venezuela e minaccia il resto del continente, rendendo esplicito l'obiettivo del governo Trump di avere governi fantoccio in tutta l'America Latina; non bastando ai suoi interessi egemonici e colonizzatori governi filo-imperialisti che applichino i piani neoliberisti pretende governi di estrema destra, completamente sottomessi a sé e ai propri interessi.
Per questo esercitano pressioni economiche, politiche e militari, cercando di imporre questo tipo di governi nel continente. In questo senso, attraverso pressioni economiche e politiche, e aiutati dai disastri commessi dai governi di conciliazione di classe, sono riusciti a imporre tramite elezioni governi come quello di Milei in Argentina, Kast in Cile, Bukele in El Salvador, Asfura in Honduras e cercano di continuare questa avanzata con l'uribismo in Colombia (da qui le minacce e le pressioni a Petro).
Ora, attraverso l'invasione militare, hanno deposto Maduro, nonostante questi stesse cedendo la sovranità del Paese e facendo grandi concessioni sia nella Faja Petrolífera del Orinoco (Fpo) che nell'Arco Minero del Orinoco (Amo).
L'obiettivo è quello di rubare il petrolio venezuelano e imporre un governo fantoccio dell'imperialismo, per ora attraverso l'ex vicepresidente esecutivo ad interim Delcy Rodríguez, ora investita come presidente della Repubblica, mentre Trump afferma che governerà direttamente il Venezuela, che porterà avanti una nuova incursione militare se il «nuovo governo» venezuelano riciclato non farà ciò che dicono. Trump impone le sue condizioni e mantiene María Corina Machado come riserva per un eventuale governo fantoccio se l’opzione Delcy non dovesse risultare adeguata.
Tuttavia, le azioni intraprese finora dal governo Delcy, i suoi annunci, gli impegni assunti e gli accordi sottoscritti evidenziano un collaborazionismo simile a quello dei governi fantoccio che Trump intende instaurare.
Tutta questa strategia di Trump e dell'imperialismo statunitense, nel contesto della crisi capitalista mondiale e della disputa inter-imperialista, l'attacco contro il Venezuela, la pretesa esplicita di colonizzare questo Paese e saccheggiarne le risorse per posizionarsi meglio in questa crisi e contesa, fanno prevedere attacchi più duri contro i lavoratori immigrati, venezuelani, latinoamericani e di altra nazionalità negli Stati Uniti, così come contro la classe lavoratrice nel suo complesso, oltre a nuove pressioni, minacce e interventi in altri Paesi della regione e del mondo. È quindi necessario costruire strategie unificate per affrontare e sconfiggere le pretese e gli attacchi dell'imperialismo statunitense e dei suoi rivali nelle rispettive aree di influenza.
La complicità interna, elemento chiave dell'operazione statunitense
L'operazione condotta contro il Venezuela nella notte del 3 gennaio di quest'anno ha incontrato una resistenza quasi nulla da parte delle forze armate e degli organismi di difesa venezuelani: circa un centinaio di velivoli (tra aerei, droni ed elicotteri) hanno sorvolato il cielo di Caracas, mentre circa dodici elicotteri armati hanno attraversato il confine da La Guaira a Caracas, eludendo i radar senza un solo colpo di avvertimento, bombardando Fuerte Tiuna, sede del comando generale e del Ministero della Difesa, altri tre centri militari e il parlamento. Uno di questi elicotteri si è posato sul palazzo, catturando Nicolás Maduro e Cilia Flores senza grandi clamori e portandoli fuori dal Paese. Solo al livello di sicurezza più vicino a Maduro sono stati segnalati scontri, che hanno causato la morte di almeno trentadue soldati cubani che facevano parte della sua guardia del corpo personale.
Nulla di tutto questo può avvenire senza la collaborazione dell'apparato militare e di sicurezza interna, tanto meno in un Paese il cui governo ha affermato di possedere difese antiaeree che includono radar, sistemi missilistici, razzi e cannoni acquistati dalla Cina e dalla Russia. Questo, insieme alle successive dichiarazioni di Donald Trump, Marco Rubio e altri portavoce del governo statunitense, nonché alle attitudini e alle misure di Delcy Rodríguez, evidenzia la complicità interna che ha permesso all'operazione yankee di raggiungere i suoi obiettivi e che Maduro è stato tradito e consegnato dallo stesso chavismo per essere catturato.
Questa complicità interna, insieme all'evidente superiorità militare statunitense, che ha distrutto il 90% delle difese antiaeree del Paese, e all'incompetenza dei militari venezuelani responsabili della difesa del Paese, spiegano la relativa facilità con cui le forze statunitensi hanno portato a termine con successo la loro operazione di incursione in Venezuela [4].
Delcy Rodríguez ha collaborato?
È ovvio che la complicità interna basata su una precedente negoziazione ha portato alla consegna-cattura di Nicolás Maduro (consegna da parte del chavismo, cattura da parte delle forze statunitensi). Vale la pena citare le dichiarazioni di Eric Rojo, generale in pensione dell'esercito statunitense e consigliere di Marco Rubio in America Latina, che ha affermato: «Maduro è stato consegnato dai venezuelani alle forze armate degli Stati Uniti» [5]. Ma quali dirigenti e settori del chavismo hanno negoziato la consegna e l'uscita di Maduro dal potere?
Le risposte di Trump, quando gli è stato chiesto chi fosse stato il facilitatore da Caracas, sono state chiare: «Le trattative sono state portate avanti con Delcy Rodríguez» [6]. E ha aggiunto: «Marco Rubio sta negoziando la transizione con Delcy Rodríguez. La vice ha parlato con Rubio e ha detto che farà quello che diremo noi». Hanno quindi confermato la partecipazione di Rodriguez alle trattative per la consegna del presidente deposto, oltre alla sua collaborazione con l'imperialismo statunitense. Questa ipotesi è rafforzata dal suo riconoscimento, senza alcuna obiezione immediata degli Stati Uniti, da parte della Corte Suprema di giustizia venezuelana come successore legale di Maduro, oltre alla sua investitura dinanzi all'Assemblea Nazionale (AN, parlamento venezuelano), presieduta dal 2021 da suo fratello Jorge Rodríguez.
Il riconoscimento di Delcy Rodríguez è avvenuto a scapito delle ambizioni di protagonismo della Premio Nobel per la Pace María Corina Machado e della rivendicazione di potere di Edmundo González Urrutia, che fino ad allora sembravano i favoriti di Trump per guidare la transizione.
Così, il tandem Delay-Jorge, ora noto come «Los Rodríguez», sarebbe il settore chavista che avrebbe negoziato con il governo degli Stati Uniti i termini e le condizioni di collaborazione, imposti dagli Usa in cambio della continuità del regime chavista alla guida dello Stato e sotto la loro protezione.
Questo settore avrebbe trascinato verso i propri obiettivi un altro settore guidato dal ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, che si sarebbe ritirato di fronte alle pressioni della Cia. Un terzo settore, guidato da Diosdado Cabello, sarebbe il meno accettabile e il più osteggiato dagli statunitensi [7].
Delcy Rodríguez si è costruita una reputazione di abile operatrice nella gestione degli affari politici ed economici del Paese, nonché in aspetti amministrativi, ma non ha abbastanza influenza nel partito per garantire l'unità del chavismo. Per questo motivo cerca di circondarsi di un settore politicamente duro, mentre si piega alla tutela di Washington in campo economico. Nel suo discorso alla nazione, ricorre ad allusioni a Bolívar e Chávez, nonché a riferimenti a Maduro come presidente del Venezuela, per compiacere la base chavista (anche se tende a diminuire sempre più), mentre con l'amministrazione Trump parla di lavorare «in accordo» con gli Stati Uniti, tacendo sulla decisione di Washington di controllare le risorse energetiche e dell’obbligo di acquistare solo prodotti statunitensi.
All'interno del Paese, quindi, il potere esecutivo e legislativo è concentrato nelle mani dei Rodríguez, con l'aiuto di Diosdado Cabello e Vladimir Padrino, rispettivamente ministri dell'Interno e della Giustizia e della Difesa, nel ruolo di garanti del potere militare e di polizia, per accentuare il modello repressivo ancora in vigore. Questo mentre l'imperialismo statunitense con Donald Trump, Marco Rubio e Pete Hegseth, detta, controlla e regola le decisioni economiche e politiche fondamentali del Paese, in un rapporto coloniale senza precedenti nella storia recente del Paese.
La dinamica del regime chavista: un regime collaborazionista e un governo fantoccio. Gli accordi in materia petrolifera
Il regime chavista conserva parte importante delle sue caratteristiche, soprattutto per quanto riguarda il suo carattere repressivo nei confronti del movimento operaio e di massa, la centralità del potere esecutivo sostenuto fondamentalmente dalle forze armate e dai corpi repressivi di polizia e paramilitari, le politiche di austerity ai danni della classe lavoratrice e della popolazione povera; così come mantiene la continuità amministrativa nella gestione dello Stato. Tuttavia, ciò che è cambiato in modo essenziale è il suo rapporto con l'imperialismo statunitense, passando dall'essere guidato, negli ultimi venticinque anni, da governi (prima quello di Chávez e poi quello di Maduro) servili e dipendenti, ma in contrasto con i vari governi statunitensi, a essere guidato da uno totalmente collaborazionista, potenziale burattino dell'imperialismo statunitense e del governo di Donald Trump, che acconsente a un rapporto di tipo coloniale tra quell’imperialismo e il Venezuela.
Una prova schiacciante sono le dichiarazioni rilasciate da Trump e riportate da diversi media internazionali, in cui afferma di essere lui a comandare il Venezuela e che il governo statunitense dirigerà il Paese sudamericano nell'immediato, accettando e approvando di trattare con Delcy Rodríguez come nuova presidente in carica e con una combinazione di sostegno e pressione.
Quello di Rodríguez è chiaramente un governo instabile e in crisi, senza sostegno popolare, tenuto in piedi solo dall'appoggio imperialista statunitense nella misura in cui adempie pienamente (secondo i criteri di Trump e compagni) al suo ruolo collaborazionista e di fantoccio.
La prova più evidente di questo rapporto di collaborazionismo (da parte del governo Delcy) e di tutela (da parte di Donald Trump e dell'imperialismo yankee) sono gli accordi sottoscritti in materia petrolifera dopo che il presidente statunitense ha annunciato che avrebbe amministrato le risorse petrolifere venezuelane.
Tali accordi, annunciati da Donald Trump [8] e successivamente confermati dallo stesso governo venezuelano e dalla direzione della Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa) attraverso un comunicato ufficiale [9], prevedono che il governo di Delcy consegni agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio.
Tale comunicato della Pdvsa specifica che la trattativa con le multinazionali petrolifere statunitensi avverrà secondo i termini già stabiliti con la Chevron - Texaco, ovvero senza l'obbligo da parte della multinazionale di pagare tasse e/o royalties allo Stato venezuelano per i profitti ottenuti e pagando gli stipendi a propria discrezione.
Ma il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti spiega più dettagliatamente l'accordo petrolifero annunciato da Trump: «Il petrolio sarà venduto sul mercato globale a beneficio degli Stati Uniti, del Venezuela e degli alleati; tutto il denaro proveniente dalla vendita del petrolio arriverà prima su un conto statunitense presso banche riconosciute per garantire l'integrità e la legittimità dell'ultima distribuzione; i fondi saranno destinati a beneficio degli statunitensi e dei venezuelani sotto la direzione del governo degli Stati Uniti. La vendita di questo petrolio inizia immediatamente e continuerà a tempo indeterminato il petrolio che verrà trasportato da e verso il Venezuela sarà effettuato solo attraverso canali legittimi e autorizzati in linea con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti stanno revocando in modo selettivo le sanzioni per consentire il trasporto e la vendita di questo petrolio venezuelano sul mercato globale. Il petrolio leggero statunitense andrà in Venezuela, come richiesto, per ottimizzare la produzione e il trasporto del petrolio venezuelano molto pesante, come parte della modernizzazione, dell'espansione e dello sviluppo. Gli Stati Uniti autorizzeranno l'importazione in Venezuela di attrezzature petrolifere e servizi per porre rimedio a decenni di cattiva gestione e corruzione. Ciò comporterà tecnologia, esperti e investimenti. Gli Stati Uniti lavoreranno alla rete elettrica venezuelana, anche per correggere la distruzione che ha subito» (Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, 06/01/2026) [10] [11] [12].
Oltre a ciò, il governo degli Stati Uniti stabilisce condizioni quali il divieto di vendere petrolio venezuelano a potenze imperialiste rivali, come la Cina e la Russia, la sospensione delle spedizioni di petrolio a Cuba e l'obbligo di acquistare materie prime e prodotti esclusivamente dagli Stati Uniti con il denaro ricavato dalla vendita del petrolio.
Bisogna risalire ai tempi del dittatore Juan Vicente Gómez per trovare condizioni di tutela e colonialismo così aberranti nei cento anni di storia dello sfruttamento petrolifero venezuelano.
Altri esempi del collaborazionismo di Delcy e del carattere potenzialmente fantoccio del suo governo sono i passi compiuti per riaprire l'ambasciata statunitense nel Paese, nonché il fatto che sia già stato annunciato che le quattro principali società bancarie statunitensi - JP Morgan Chase & Co., Bank of America (BofA), Wells Fargo e Citigroup (Citi) - abbiano in programma di avviare le operazioni a partire dalla settimana del 12/01/2026 a Caracas, sotto il controllo del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, e che sarebbe attraverso queste banche che gli Stati Uniti gestirebbero tutte le transazioni in Venezuela. Inoltre, si ipotizza che i dipendenti pubblici potrebbero ricevere gli stipendi attraverso queste banche, secondo quanto riportato dall'account X, ElObservadorBinario (oltre che da portali web come Forbes.com.mx e Bancaynegocios.com). In questo senso vanno altri annunci che sono stati fatti negli ultimi giorni.
La situazione delle masse venezuelane
In mezzo a tutto questo vortice colonialista e a questo impegno collaborazionista del governo venezuelano, sorge la domanda: qual è la situazione della classe operaia e delle masse venezuelane?
Queste continuano a subire i rigori delle politiche di austerity a favore dei padroni e contro i lavoratori, che il governo di Maduro, almeno formalmente dal 2018 (perché nei fatti era già in vigore da prima), ha scaricato sulle loro spalle: il salario minimo percepito dai lavoratori è di appena 0,39 dollari al mese e i bonus concessi dal governo, senza incidenza salariale, come quello alimentare, sono rispettivamente di 40 e 120 dollari al mese (anche se non raggiungono mai tali importi a causa della svalutazione), il che porta a un reddito minimo mensile di 160,39 dollari (reddito, non salario, poiché di questi solo 0,39 dollari sono salario), a fronte di un paniere familiare di base che, secondo i dati del Centro di Documentazione e Analisi della Federazione Venezuelana degli Insegnanti (Cendas - Fvm) e della Camera di Commercio di Maracaibo (Ccm), supera i 630 dollari al mese.
L'inflazione colpisce duramente le tasche dei lavoratori venezuelani: secondo il portale BloombergLinea, il tasso di inflazione si è attestato al 556% nei 12 mesi del 2025, facendo impallidire il 45% del 2024.[13]
Le masse e i lavoratori venezuelani continuano a soffrire la fame e la miseria, sopravvivendo in gran parte grazie alle rimesse dei familiari all'estero, che sono sempre più ridotte a causa degli effetti della svalutazione e dell'inflazione. A ciò si aggiunge il fatto che i servizi di base come l'elettricità, il gas, l'acqua, la telefonia e internet stanno subendo un processo di privatizzazione o di aumento dei prezzi e rappresentano una calamità permanente.
A ciò si aggiunge la violazione dei diritti lavorativi, contrattuali e sindacali attraverso meccanismi come il Memorandum 2792 e le istruzioni Onapre [14], che fanno parte del programma di adeguamento applicato dal governo di Maduro, battezzato con il pomposo nome di «Programma di recupero e riattivazione economica». Nulla di tutto questo è cambiato e si prevede che continuerà così durante il governo di Delcy Rodríguez, sotto la tutela di Donald Trump.
Un altro aspetto che continua a affliggere i lavoratori venezuelani è la sistematica violazione delle libertà democratiche: centinaia di prigionieri politici affollano le carceri venezuelane, subendo isolamento, torture e violazioni dei diritti più elementari, nonché di tutte le norme e procedure giuridiche stabilite dalla legislazione. Anche centinaia di leader sindacali, delegati alla prevenzione o lavoratori senza ruoli particolari sono detenuti o sottoposti a procedimenti giudiziari solo per aver protestato in difesa di diritti del lavoro che sono stati violati o per aver espresso un'opinione politica. Inoltre, la maggior parte dei partiti di opposizione sono stati dichiarati illegali o privati delle loro direzioni, con il governo che ne ha imposte altre affini ai propri interessi.
I recenti annunci di scarcerazione dei prigionieri politici fatti dal presidente dell'AN, Jorge Rodríguez, si sono limitati a prigionieri emblematici e leader politici riconosciuti, mentre un gran numero di persone comuni, arrestate durante le proteste contro la frode elettorale del 28 ottobre 2024, rimangono dietro le sbarre.
Le reazioni del movimento operaio e delle masse
La brutale crisi economica, che colpisce l'economia venezuelana almeno dal 2013 e che grava sulle spalle dei lavoratori e delle masse popolari attraverso le misure di austerità anti-operaie e anti-popolari applicate dal governo del dittatore deposto Nicolás Maduro, mantiene i lavoratori e il popolo umile del paese in condizioni di povertà e miseria; questo, unito al deterioramento dei servizi di base come la sanità, l'istruzione, l'elettricità, l'acqua, tra gli altri, aumenta la disperazione e la sfiducia del popolo lavoratore venezuelano.
Vanno inoltre ricordati: la politica di cessione delle risorse minerarie ed energetiche alle multinazionali statunitensi, cinesi e russe; la grave corruzione del regime chavista, fattore chiave per l'ascesa e l'abietto arricchimento della boliborghesia; la disuguaglianza sociale (è aumentato anche l'arricchimento della borghesia tradizionale); i salari miserrimi; il dispotismo dei gerarchi e dei burocrati governativi; oltre alle continue violazioni delle libertà democratiche e dei diritti umani, sociali, sindacali e politici più elementari, tipiche del carattere dittatoriale del regime, a cui si aggiunge la brutale repressione contro il movimento operaio e di massa. Sono tutti elementi che hanno contribuito a far sì che i lavoratori e le masse venezuelane siano giunti in maggioranza alla conclusione che in Venezuela non hanno nulla da difendere e celebrino l'intervento imperialista, vedendolo con aspettative di democratizzazione e rivendicazione sociale.
Il comprensibile disprezzo per il regime dittatoriale chavista e la sua politica - che ha portato fame e miseria, oltre a essere corrotta e repressiva - fa sì che il rifiuto degli attacchi del governo statunitense contro il Paese e contro l'ingerenza dell'imperialismo negli affari politici interni del Venezuela sia visto come una difesa dell'odiato regime chavista, e questo è evidente sia nella maggioranza della popolazione, sia nei settori sindacali e politici che si rivendicano di sinistra e persino rivoluzionari.
Il fatto certo è che la politica di austerità, impoverimento, corruzione e repressione del governo di Maduro e del chavismo non ha fatto altro che facilitare i piani interventisti e l'ingerenza imperialista che si sono sviluppati senza alcuna resistenza da parte delle masse e persino con una rivendicazione maggioritaria da parte di queste ultime.
Dalle prime ore del mattino di sabato 3 gennaio 2026 non si hanno notizie di manifestazioni di massa spontanee e indipendenti nelle strade per respingere gli attacchi militari yankee, ma nemmeno per rivendicarli (probabile che quest'ultimo aspetto sia dovuto alla paura della repressione o di essere arrestati). Tuttavia, i social network della maggior parte dei cittadini venezuelani, sia all'interno che all'esterno del Paese, hanno abbondato in espressioni di celebrazione.
Nelle prime ore del mattino del giorno dell'attacco, settori del governo hanno cercato di mobilitare i cosiddetti collettivi armati, così come parte del loro apparato, sia nella capitale che nelle principali città del Paese, ma in tutti i luoghi non si è trattato che di alcune centinaia di militanti e miliziani (gruppi di riserva militare), per lo più dipendenti di enti pubblici centrali, nonché di governi e municipi, che vengono regolarmente utilizzati per alimentare le mobilitazioni governative.
Nello Stato di Aragua, a un'ora da Caracas, il governatore ha convocato le milizie, i quartieri e i militari davanti alla base aerea di Maracay, che nel 2002 è stata un bastione anti-golpista. Passate le ore e nei giorni successivi, i governatori degli Stati e i sindaci dei vari comuni del Paese hanno convocato alcune mobilitazioni che non sono andate oltre quanto descritto sopra.
Nessuna di queste azioni è stata accompagnata in modo massiccio dai lavoratori o dagli abitanti dei settori popolari, né ci sono state manifestazioni di rilevanza sociale e nemmeno i settori di base del chavismo, ormai indeboliti, sono scesi in piazza in modo significativo.
Settori della burocrazia chavista hanno cercato, attraverso il loro discorso e con le azioni sopra descritte, di emulare nella situazione attuale quanto avvenuto nel 2002, in occasione del colpo di Stato contro il defunto presidente Hugo Chávez, ma la situazione è completamente diversa.
Un confronto necessario
Come è noto, nel 2002 una parte delle forze armate venezuelane, alleata con quasi tutti i partiti dell'opposizione borghese e, tra le altre forze politiche e sociali, ONG come Sumate, guidata da María Corina Machado (con il sostegno finanziario e politico di George Bush); settori manageriali della Pdvsa; la maggior parte dei grandi mezzi di comunicazione (principalmente le grandi emittenti televisive e radiofoniche); Fedecamaras (principale membro imprenditoriale del paese); altre associazioni imprenditoriali e la Centrale dei Lavoratori del Venezuela (Ctv – la principale centrale sindacale burocratica del Paese, guidata all'epoca dal partito Acción Democrática, nella persona di Carlos Ortega), portarono avanti un colpo di stato contro l'allora presidente del Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías. Tutto questo è stato promosso e sostenuto politicamente, logisticamente e finanziariamente dall'imperialismo statunitense, sotto il governo di George W. Bush, ai tempi presidente degli Stati Uniti.
Dopo settimane di pressioni, manifestazioni, mobilitazioni di massa e presidi nelle strade, principalmente a Caracas, ma anche in altre importanti città del Paese, infine l'11 aprile una massiccia mobilitazione dell'opposizione si diresse al Palazzo di Miraflores con l'intenzione di occuparlo. Ciò ha provocato scontri, all'altezza del Puente Llaguno, tra settori della polizia metropolitana e gruppi armati sostenitori del colpo di Stato in corso, con settori fedeli al governo che difendevano il palazzo, causando un numero significativo di feriti e morti. Mentre questo accadeva, settori delle forze armate, legati al tentativo di colpo di Stato, hanno rapito Chávez, trasferendolo sull'isola di Orchila. Poche ore dopo, già nelle prime ore del mattino del 12 aprile, l'allora generale in capo dell'esercito, Lucas Rincón Romero, apparve sui media televisivi annunciando che, a nome dell'Alto Comando Militare venezuelano, avevano chiesto le dimissioni di Chávez e che questi aveva accettato.
«I membri dell'Alto Comando Militare della Repubblica Bolivariana del Venezuela deplorano i deplorevoli eventi verificatisi ieri nella capitale. Alla luce di tali fatti, è stata chiesta al Presidente della Repubblica la sua dimissione dalla carica, che egli ha accettato. I membri dell'Alto Comando mettono a disposizione le loro cariche, che saranno consegnate agli ufficiali designati dalle nuove autorità». (12-04-2002, ore 03:20, Ispettore Generale dell'Esercito Lucas Rincón Romero) [15]
Il colpo di Stato era stato portato a termine. Pedro Carmona Estanga, allora presidente dell'associazione dei datori di lavoro Fedecámaras, fu investito dell’incarico e prestò giuramento come presidente della Repubblica davanti al parlamento nazionale, dove fece una serie di annunci al Paese.
Dopo alcune ore di smarrimento, le masse lavoratrici e popolari del Paese cominciarono a reagire: sindacati, quartieri, masse popolari, studenti, tra gli altri, iniziarono a occupare le strade delle principali città del Paese e percorrere i quartieri e le località per spiegare l'invalidità delle presunte dimissioni di Chávez e chiamare la gente in piazza per reclamare il suo ritorno. Tali appelli hanno portato a massicce mobilitazioni nelle principali città del Paese. A Caracas la popolazione dei quartieri più popolosi occupò il centro della città e circondò le immediate vicinanze del Palazzo di Miraflores chiedendo il ritorno di Chávez. Di fronte a ciò, la direzione chavista cominciò a riapparire e a occupare i propri posti di governo. Le truppe e gli ufficiali di medio e basso rango si schierarono dalla parte delle masse, non repressero, applaudirono e incoraggiarono le mobilitazioni intorno al palazzo, gli alti ufficiali fedeli al governo riapparvero e assunsero il comando delle truppe, la pressione popolare fece fuggire in massa dal Palazzo di Miraflores la leadership golpista e i suoi alleati. L’allora presidente dell'Assemblea Nazionale Diosdado Cabello fu nominato presidente alla fine della giornata del 12 aprile e già all'alba del 13 aprile Chávez fu riportato indietro e reinsediato nella sua carica di presidente della Repubblica.
Esistono enormi differenze tra quel momento e quello attuale, fondamentalmente perché allora Chávez, al di là delle divergenze che, dalla sua elezione nel 1998, avevamo avuto con lui e con il suo governo, era un presidente legittimamente eletto e così era percepito dalle masse. Godeva inoltre, e di conseguenza, di un enorme prestigio e sostegno da parte del movimento di massa, principalmente dei settori popolari, ma anche di settori di notevole peso nel movimento sindacale e studentesco. Questo spiega le massicce mobilitazioni per sconfiggere il colpo di Stato e riportarlo alla presidenza.
Nulla di tutto questo accade oggi con Maduro: al contrario, questo è un presidente fraudolento, che è stato sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali e ha occupato la carica scavalcando la volontà delle masse, cioè la stragrande maggioranza della popolazione venezuelana e degli attivisti del Paese. Maduro non gode di alcun sostegno popolare e quindi le masse e la classe lavoratrice non si mobilitano in sua difesa.
Rifiuto totale dell'intervento imperialista, nessun sostegno politico a Maduro e al regime chavista
L’opposizione che i settori d'avanguardia, in maggioranza organizzazioni di sinistra e rivoluzionarie, esprimono contro l'intervento imperialista in Venezuela e persino contro il sequestro di Maduro e di sua moglie Cilia Flores, non può essere confuso con un sostegno politico a quest'ultimo. Al contrario, denunciamo il suo carattere padronale, nemico dei lavoratori, dittatoriale, corrotto e servile.
Ciò che difendiamo è la sovranità venezuelana, che è sotto attacco da parte dell'imperialismo statunitense con un livello di colonialismo infinitamente superiore rispetto al governo di Maduro. Denunciamo il sequestro di Maduro come un atto di ingerenza da parte degli Stati Uniti, che si arrogano il diritto di decidere il destino politico del Venezuela e di imporre loro governi in questo Paese. Siamo contrari a che ciò avvenga in questo e in qualsiasi altro Paese del mondo: il destino politico dei Paesi e dei loro governi deve essere deciso dai loro stessi popoli. Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto né autorità politica o morale per immischiarsi in questo, tanto meno con la forza delle armi. Di conseguenza, respingiamo e denunciamo anche il patto collaborazionista per imporre il governo di Delcy Rodríguez e la tutela imposta dal governo Trump nella direzione politica ed economica del Paese.
Rifiutiamo la strategia dell'imperialismo statunitense di rilanciare la «diplomazia delle cannoniere», così come le sue pretese coloniali esposte nel Documento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti 2025.
Una politica e un programma per contrastare i piani imperialisti e il collaborazionismo governativo
Come abbiamo detto nel corso di questo articolo, esiste un patto di tutela-collaborazionismo tra l'imperialismo statunitense e il regime chavista, ora guidato da Delcy Rodríguez, che ha trasformato il chavismo da un regime servile, in contrasto con l'imperialismo statunitense, a uno totalmente collaborazionista con quest'ultimo. Ciò rende impensabile e impossibile qualsiasi tipo di unità politica con tale regime per contrastare i piani dell'imperialismo statunitense.
Questo patto nasce dall'obiettivo di intensificare il saccheggio del nostro petrolio e delle nostre risorse, che è sempre stato l'obiettivo di Donald Trump come massimo rappresentante del principale imperialismo del pianeta. Oltre a ciò, tale patto si inserisce in una strategia più generale di intensificazione del controllo politico, geopolitico, economico e militare di tutto il continente latinoamericano e dell'emisfero occidentale.
Il compito che ci viene quindi imposto in Venezuela è quello di costruire un'ampia unità d'azione con i settori che si oppongono all'interventismo yankee, alle sue pretese coloniali nel Paese e che si oppongono al regime chavista - al quale non abbiamo dato né diamo alcun sostegno politico, né quando era guidato da Maduro né ora da Rodríguez - per sconfiggere tali pretese coloniali nel Paese e non solo.
Riteniamo che un programma per sconfiggere questo patto e questa politica dell'imperialismo statunitense passi attraverso il rifiuto categorico degli attacchi imperialisti contro il Venezuela e l'ingerenza negli affari politici del Paese, la difesa del diritto sovrano del Venezuela di darsi un proprio governo.
Allo stesso modo, devono essere respinti i recenti accordi petroliferi che approfondiscono la cessione del nostro petrolio e delle nostre risorse energetiche da parte del chavismo agli Stati Uniti e il saccheggio e la rapina da parte del governo di questo Paese imperialista su di essi, respingendo fin da ora la possibile estensione di questi accordi ad altri settori come quello minerario.
È necessario nazionalizzare al 100% l'industria petrolifera, ponendo fine agli accordi di joint venture con le multinazionali ed espellendole dal business petrolifero: via Trump e le multinazionali dal traffico del petrolio!
Il mancato pagamento del debito estero deve essere uno slogan centrale anche di questo programma, così come il rifiuto dell'intervento delle banche private statunitensi nella gestione delle risorse e delle operazioni finanziarie della nazione.
In aggiunta a ciò, si deve esigere un aumento del salario minimo e delle pensioni al livello del paniere di base, indicizzato all'aumento di quest'ultimo e all'inflazione; la fine della politica del bonus salariale, nonché l'abrogazione del memorandum 2792 e delle istruzioni Onapre; la restituzione di tutti i diritti lavorativi, contrattuali, sindacali e sociali violati.
Per il ripristino e il rispetto delle libertà democratiche, politiche e sindacali; fine della repressione:
no alla criminalizzazione delle proteste lavorative e sociali;
rispetto del diritto di manifestare;
legalizzazione dei partiti e delle organizzazioni politiche oggi messi al bando dalla dittatura.
Libertà immediata e totale per tutti i prigionieri politici e per tutti gli attivisti sindacali, sociali e popolari arrestati per aver lottato in difesa dei propri diritti;
libertà per tutti i detenuti per le proteste del 28, 29 e 30 ottobre 2024.
No alle scarcerazioni a goccia e al meccanismo della porta girevole [16].
Armi ai lavoratori per affrontare l'aggressione bellica imperialista.
No alla colonizzazione del Venezuela: sconfiggiamo le pretese colonizzatrici di Donald Trump e dell'imperialismo yankee nel Paese, in America Latina e nell'emisfero occidentale.
Fuori Trump e l'imperialismo yankee dal Venezuela e dall'America Latina!
Note
[1] L'ultima risale alla fine del 1989, precisamente al 17 dicembre 1989, quando le truppe statunitensi occuparono Panama. Dopo tredici giorni di occupazione, l'allora presidente del Paese Manuel Noriega fu catturato, trasferito negli Stati Uniti e processato con l'accusa di traffico di droga.
[2]https://www.laestrella.com.pa/opinion/columnistas/ee-uu-declara-el-regreso-de-la-doctrina-monroe-IL18643694
[3]https://revistaopera.operamundi.uol.com.br/2025/12/19/a-nova-estrategia-nacional-de-seguranca-de-trump/
[4] L'incompetenza e il tradimento spiegano la mancanza di resistenza del Venezuela nei confronti degli Stati Uniti.
[5] Chi ha consegnato Maduro? https://www.tiempoar.com.ar/ta_article/quien-entrego-a-maduro/
[6] Idem
[7] L'incompetenza e il tradimento spiegano la mancanza di resistenza del Venezuela nei confronti degli Stati Uniti.
[8] Il Venezuela trasferirà 50 milioni di barili di petrolio agli Stati Uniti.
[9] Pdvsa conferma la negoziazione con gli Stati Uniti.
[10] https://www.politico.com/news/2026/01/05/trump-venezuela-oil-fields-00710893
[11] https://t.me/jhormancruznoticias/72751
[12] https://serviciodeinformacionpublica.com/
[13]L'inflazione in Venezuela supera il 500% a causa delle crescenti pressioni di Donald Trump https://www.bloomberglinea.com/latinoamerica/venezuela/inflacion-en-venezuela-supera-500-ante-mayor-presion-de-donald-trump/
[14] Il memorandum 2792 lascia mano libera ai padroni pubblici e privati di modificare le condizioni di lavoro ed eliminare i benefici stabiliti a loro discrezione e secondo la loro convenienza, mentre le istruzioni Onapre, elaborate dall'Ufficio Nazionale del Bilancio, hanno ridotto la base di calcolo per i premi e le indennità, che è passata dall'essere il salario effettivamente percepito dai lavoratori secondo la scala salariale al salario minimo; ha inoltre stabilito tabelle salariali che tendono ad allineare al ribasso i salari dei lavoratori della pubblica amministrazione.
[15] https://es.wikipedia.org/wiki/Lucas_Rinc%C3%B3n_Romero
[16] Nome dato alla pratica secondo cui, man mano che alcuni prigionieri politici vengono liberati, altri vengono arrestati.


























