Bari e festa di FdI:
le strade sono degli antifascisti

di Giacomo Biancofiore (Pdac di Bari)
La kermesse barese di Fratelli d’Italia del 4 settembre doveva essere l'ennesima passerella trionfale per Giorgia Meloni e il suo governo, una dimostrazione di forza in una Puglia che la destra tenta di colonizzare politicamente. Si è trasformata, al contrario, nell'immagine plastica di un governo isolato, fragile e terrorizzato dal dissenso. Mentre la presidente del Consiglio si arroccava in un angolo iper-protetto e militarizzato del porto cittadino, terrorizzata all’idea di incrociare lo sguardo della popolazione e, soprattutto, di sentire i fischi che l’hanno subissata a Taranto in occasione dell’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo, le strade e le piazze di Bari venivano attraversate dall'orgoglio e dalla determinazione di una contro-manifestazione operaia, studentesca e popolare.
La questura e i «fermi preventivi»
Il successo della mobilitazione è ancora più straordinario se letto alla luce del dispiegamento di un apparato repressivo brutale e preventivo, che conferma un evidente salto di qualità autoritario nella gestione dell'ordine pubblico. Per tentare di disinnescare la rabbia sociale prima ancora che si esprimesse, le forze dell'ordine hanno proceduto al fermo ingiustificato di otto militanti prima del via.
Nelle intenzioni della questura, questi otto compagni non erano semplici fermati, ma veri e propri ostaggi politici. Trattenuti arbitrariamente negli uffici di polizia, sono stati usati come merce di scambio e strumento di ricatto per imporre ai promotori una trattativa al ribasso. L'obiettivo dei vertici polizieschi era chiaro: addomesticare il percorso del corteo, castrarne la conflittualità e depotenziarlo di qualsiasi risonanza mediatica pur di evitare «problemi» alla passerella governativa. Questo uso scientifico e preventivo delle misure restrittive svela il volto reale dello Stato borghese e l’uso che fa dei suoi «cani da guardia».
La piazza rompe l'assedio e si prende la città
Ma il ricatto della questura è clamorosamente fallito. Di fronte al tentativo di barattare il percorso del corteo con il rilascio dei compagni, la risposta dei manifestanti è stata ferma: il corteo è andato a prendersi i compagni e le compagne trattenute dalla Polfer, nessun passo indietro di fronte alle schermaglie dei dirigenti in divisa.
Rifiutando i diktat polizieschi, l’ondata di bandiere e striscioni ha rotto l'assedio delle barricate poste diversi chilometri prima del porto, ha ripercorso il tragitto in senso inverso proseguendo oltre la piazza di partenza e si è presa con determinazione il centro della città.
I numeri parlano chiaro e smentiscono le informazioni della stampa padronale: per raccogliere una folla utile a celebrare i 1.413 giorni del «governo più longevo», la macchina organizzativa di Fratelli d'Italia ha dovuto mettere in atto una massiccia operazione clientelare a livello interregionale. Al porto sono affluiti circa 5 mila partecipanti (non 10 mila come dichiarato dagli organizzatori), ma gran parte di questa cifra è stata garantita artificialmente da un'imponente flotta di 70-80 pullman precettati da Campania, Salento e dalle altre province pugliesi, oltre all'impiego di 300 attivisti della destra per tappare i buchi organizzativi. Una massa di burocrati, militanti di apparato e figuranti deportati per riempire artificialmente il recinto portuale.
Al contrario, nelle strade del centro, la contromanifestazione antagonista e di classe ha registrato una partecipazione viva e combattiva. Nonostante il terrorismo psicologico della vigilia e i blocchi polizieschi che hanno creato un clima di tensione in tutta la città, un nucleo compatto e determinato di centinaia di manifestanti (almeno un migliaio alla partenza e non 500 come raccontano le stime al ribasso delle autorità) ha rotto la retorica poliziesca invertendo di fatto la gabbia della «zona rossa», lasciando dentro il teatrino dei «criceti ammaestrati» e portando il dissenso nel cuore della città.
Il Partito di Alternativa Comunista già dai giorni precedenti alla manifestazione ha garantito il suo contributo alla piazza portando avanti una piattaforma di netta opposizione di classe, smascherando la vera natura del governo Meloni. Contro la retorica nazionalista di Fratelli d'Italia, abbiamo gridato un forte NO a un esecutivo che si conferma come il mero comitato d'affari del capitale, operando in totale continuità con le politiche neoliberiste e in totale sottomissione agli interessi di grandi industriali e banchieri. È il governo della macelleria sociale e delle privatizzazioni, che accetta supinamente il Patto di Stabilità Ue, taglia il welfare e svende gli asset pubblici strategici come Poste ed Eni. Una politica fondata sul ricatto salariale: l'abolizione del Reddito di Cittadinanza è servita unicamente a costringere il proletariato ad accettare contratti precari e stipendi da fame.
Imperialismo, militarismo e complicità sionista
Davanti a questa devastazione, la risposta del governo è proprio la repressione della lotta di classe, attuata tramite il famigerato «Pacchetto Sicurezza» e i decreti anti-protesta con cui si vogliono criminalizzare i picchetti operai e i sindacati conflittuali, di cui la gestione poliziesca della giornata barese è stata una chiarissima dimostrazione.
Una violenza interna che fa il paio con il militarismo e la spesa imperialista: miliardi sottratti a sanità e scuola pubblica per finanziare il riarmo e i piani bellici della Nato, uniti alla totale complicità con il sionismo attraverso il sostegno politico e militare allo Stato genocida di Israele e la contemporanea persecuzione della solidarietà verso la Resistenza palestinese. Una reazione che si alimenta del razzismo e della xenofobia di Stato, evidenti nell'esternalizzazione delle frontiere con l'infame protocollo Albania e nello sfruttamento dei lavoratori immigrati privati di ogni diritto.
Il collaborazionismo locale e il silenzio complice
Il successo del corteo assume un valore ancora più dirompente se rapportato al desolante panorama locale e nazionale delle opposizioni riformiste. La piazza ha dovuto rompere non solo l'assedio della polizia, ma anche il muro di gomma dell'opportunismo politico. Già dal giorno prima della manifestazione abbiamo stigmatizzato con forza la riprovevole lettera di accoglienza scritta dal sindaco Leccese, un atto di formale e rassegnato ossequio istituzionale alla premier reazionaria.
Una capitolazione che si inserisce nel quadro generale dell'assenza e del silenzio complice della burocrazia della Cgil (molti della base erano in piazza) e di tutto il «campo largo», compresi Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) e Rifondazione Comunista, del tutto incapaci e indisponibili a costruire una reale opposizione di massa a Bari, preferendo le compatibilità istituzionali e le scadenze elettorali alla lotta nelle strade.
La Bari proletaria risponde all'appello
La vicinanza del proletariato barese è stata l'elemento chiave che ha scompaginato i piani dei media asserviti. Lungi dall'essere un'iniziativa isolata, la contromanifestazione ha raccolto gli applausi dei passanti, la partecipazione spontanea dei giovani e delle periferie oltre allo sguardo complice dei lavoratori del commercio e dei servizi, schiacciati dalle politiche economiche di questo governo. La Bari proletaria ha riconosciuto i propri nemici dentro il fortino blindato del porto e la vera opposizione nelle strade.
Il bilancio politico è chiaro: la Meloni può anche governare dai palazzi blindati dai reparti della celere, ma ha perso il contatto con il Paese reale. La risposta alla repressione non è il ripiegamento nei recinti della democrazia borghese o nei calcoli elettorali del riformismo, ma la costruzione dell'opposizione di classe, di massa e indipendente. Quando la classe lavoratrice e gli studenti decidono di non cedere ai ricatti della questura e dei vertici sindacali traditori, la loro forza può rompere ogni sbarramento.
























