Partito di Alternativa Comunista

Roma: la dura lotta (tradita) degli educatori e delle educatrici

Roma: la dura lotta (tradita) degli educatori e delle educatrici

 

 

 

 

Intervista a cura di Stefano Bonomi

 

 

Abbiamo il piacere di intervistare la compagna Anna ovvero una delle portavoce del Comitato romano Aec/Oepa di Roma che ha organizzato importanti mobilitazioni negli ultimi anni, diventando di fatto riferimento anche per altre città che in modi e tempi diversi si sono messe in moto per provare ad invertire la rotta di un settore molto particolare.

 

Anna, ci puoi raccontare un po' la storia del vostro comitato?

ll Comitato romano Aec/Oepa per l'internalizzazione nasce nel 2018 da un gruppo di lavoratrici e lavoratori autorganizzati che, stanchi di subire uno sfruttamento sempre più opprimente e un servizio essenziale sempre meno efficiente a fronte di un enorme sperpero di denaro pubblico, si sono fatti portavoce di una volontà di cambiamento che coinvolge tutti i servizi esternalizzati dall'Ente pubblico, utilizzati non solo a Roma, ma in tutta Italia.
Durante le assemblee i lavoratori hanno rilevato come unica soluzione il ritorno del servizio in carico al Comune di Roma, come era già fino al 1999/2000, quando veniva svolto da dipendenti comunali. Questi sono andati via via scomparendo, sostituiti man mano da operatori dipendenti delle Cooperative Sociali.
In questi anni di esternalizzazione da un lato il servizio ha intrapreso un percorso con una valenza più educativa che assistenziale, dove ci si è formati e formate sempre più su autonomia e integrazione degli studenti con disabilità, ma non vi è stata altrettanta attenzione per i diritti delle operatrici e operatori sia a livello economico sia, più in generale, a livello di condizioni di lavoro.
Per raggiungere l'obiettivo della ripubblicizzazione del servizio, è stata organizzata inizialmente una raccolta di firme che ha portato alla cifra di 12.000 adesioni per far approvare dal Consiglio comunale una delibera di iniziativa popolare.
Il Consiglio non ha dato seguito alla richiesta ma, dopo uno sciopero che ha coinvolto il 70-80% dei lavoratori sociali, ha proposto un percorso alternativo per la riapertura della figura professionale, messa ad esaurimento nel 2008.
Da questa proposta, non senza contrasti, si è giunti all'approvazione di una delibera di indirizzo che stabilisce il ritorno al pubblico del servizio educativo scolastico. Con le elezioni, avvenute da lì a poco, la delibera alla quale sarebbe dovuta seguire l'attuazione tramite concorso pubblico, è stata accantonata in favore di altre misure, completamente invise ai lavoratori. Anche per questo è nata una nuova mobilitazione.

 

La ripresa della mobilitazione con proclamazione dello sciopero… Ottima base di partenza, tu che dici?

È stato necessario proclamare uno sciopero il 28 aprile in quanto la nuova giunta romana (Gualtieri, Pd) ha scritto e approvato in tempi brevissimi un nuovo Regolamento che modifica i termini e le modalità del servizio:
- non si parla di internalizzazione ma di «accreditamento delle cooperative», i cui parametri sono sconosciuti e potrebbe portare ad una scelta diretta della famiglia nei riguardi dell'operatore;
- estensione del servizio pubblico alle scuole private, quando è già carente in quelle pubbliche, per le quali non ci sono mai soldi;
- recupero a domicilio delle ore di assenza del bambino: assurdo, visto che il nostro servizio è di inclusione scolastica.
Durante il presidio una delegazione è stata ricevuta, ma non avendo avuto risposte accettabili dal capo di gabinetto del sindaco, la piazza ha chiesto a gran voce ai sindacati altri giorni di sciopero, possibilmente sciopero a oltranza. Per svariati motivi ci siamo accordati per due giorni consecutivi, il 9 e il 10 maggio, entrambi con buona partecipazione, il secondo in particolare è sfociato in una occupazione da parte di alcuni lavoratori della sala della protomoteca. Il capo di gabinetto è stato costretto ad uscire e parlare con i lavoratori, promettendo un tavolo per discutere i vari punti. Tavolo che si è realizzato pochi giorni dopo in cui sono state fatte svariate proposte e promesse, di cui aspettiamo l'attuazione…

 

Le donne quando scendono in battaglia hanno una marcia in più…

Effettivamente nel nostro lavoro siamo in maggioranza donne, perché per convenzione il lavoro educativo, di assistenza e di cura viene, in questa società maschilista, ritenuto più «naturale» per la donna, quindi ci ritroviamo per forza di cose ad essere la presenza maggiore. Il nostro lavoro, va detto, stimola molto la creatività e l'unione di persone con queste caratteristiche: fa sì che le idee, le proposte e le soluzioni siano fuori dal comune, indipendentemente che vengano da donne che da uomini.

 

Ci racconti un po' il rapporto del vostro movimento di lotta con i vari sindacati?

Tutto il nostro percorso per l'internalizzazione ha voluto tenere conto dell'apporto di ogni sindacato, in virtù del fatto che la nostra richiesta non poteva non essere considerata valida, in quanto coinvolge minori con necessità ed esigenze particolari.
Nel corso degli anni abbiamo visto interesse e appoggio solo dai sindacati di base (Cub e Usb principalmente, la confederazione Cobas nonostante l'interesse per l'iniziativa non ha iscritti attivi all’interno dell’assistenza educativa scolastica), mentre i nostri inviti rivolti ai sindacati confederali sono sempre caduti nel vuoto, con una particolare  ostilità per il percorso da parte della direzione Cgil che ha sempre osteggiato, fino ad arrivare (come ci è stato segnalato da alcuni colleghi) a delegittimare il nostro sciopero, tentando di spaventare e intimidire i lavoratori. Il loro percorso, per quanto siamo riusciti a capire, prevede il mantenimento dello status quo con miglioramenti progressivi (minimi a dire la verità, se non addirittura inesistenti se non ci fosse stata la forte richiesta di cambiamento da parte dei colleghi), sul fronte dei diritti e della retribuzione. In quest'ultimo periodo la Uil ha espresso un'apertura nei confronti dell'internalizzazione, appoggiando alla fine il nostro percorso.

 

Qualcosa da dire in conclusione ai nostri lettori eventualmente interessati a sviluppare esperienze di lotta simili in altre città?

Credo che la nostra lotta per avere un senso compiuto debba necessariamente travalicare i confini cittadini dell’Urbe: in verità ci stiamo anche concretamente provando. L’invito che mi permetto di fare è che le varie città si auto organizzino in comitati e che si faccia rete a livello nazionale. Se serve una mano, noi ci siamo. Buona lotta a tutte e tutti.

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